lundi 7 décembre 2009

se ti piace la frutta: il pomelo

qui lo chiamano 'pomelo cinese', ma immagino che, oltre che dalla cina, venga anche da altri paesi asiatici, precisamente del sud-est, di cui la grande varietà di frutta è una caratteristica. infatti, qui a belleville, il pomelo (Citrus maxima o Citrus grandis) si trova un po' ovunque, in negozi che vendono in genere anche altre prelibatezze del continente, come il tofu in salamoia, che non auguro al mio peggior nemico, o l'ormai mitico durian, che un giorno troverò il coraggio di comprare spendendo sette euro. o anche no.


il pomelo, che poi in spagnolo significa 'pompelmo', ha in effetti qualche familiarità con l'agrume più acre che esista: tanto per cominciare, la buccia ha la stessa trama, molto più levigata di una buccia d'arancia, e più lucida. poi, è un agrume, e degli agrumi ha la stessa struttura a spicchi succosi inviluppati in una membrana, il cui spessore è però molto maggiore che nei pompelmi, per non parlare di agrumi più piccoli.
la buccia del frutto (l'epicarpo) è verde chiaro, tendente al giallo, la forma è quella di una pera tozza, le dimensioni sono quelle di un cantalupo, il peso anche. tra la buccia e gli spicchi c'è un 'pane' bianco e spugnoso (il mesocarpo), simile a quello degli enormi limoni di sorrento; gli spicchi (l'endocarpo) sono gialli e belli grandi, e a meno che non si abbia uno stomaco di ferro non conviene mangiarli con tutta la pellicola che, come dicevo, è davvero molto spessa. se ne separano invece i due lembi, e se ne mangia la parte carnosa all'interno, che è meno succosa che negli altri agrumi: più o meno, al tatto, dà la sensazione di un'arancia un po' secca.


il gusto è molto particolare: tanto per cominciare, viene da chiedersi se la denominazione di agrume non vada strettina al pomelo, che è inaspettatamente dolce. il sapore è molto simile a quello di un pompelmo, ma senza l'acido, con in più un retrogusto di mango che non dispiace affatto.
oltre a essere un frutto dissetante e dal sapore piacevole, in rapporto alle dimensioni costa anche poco, tra 1.50 e 2.00 euro, almeno da queste parti.
ora però mi viene un dubbio... se gli spagnoli chiamano il pompelmo 'pomelo', allora il pomelo come diavolo lo chiamano?

prossimamente: il tamarindo. il frutto, non lo sciroppo.

lundi 30 novembre 2009

alla bastiglia

ricordate quando cristina d'avena cantava "alla bastiglia la gran folla si scaglia / è a vigiGLIa di una nuova battaglia"? era la sigla del 'tulipano nero'. sintetizzatori a manetta e ultimi venti secondi di assolo di tastiera. una sigla che incitava apertamente alla rivoluzione e che, ne sono sicuro, oggi sarebbe bandita in italia in quanto comunista (faccio notare, per inciso, che 'il tulipano nero' era anche noto come 'la stella della senna', e la protagonista portava una maschera rossa. non credo sia necessario agguingere altro). venerdì sera tornavo dall'università, pedalando sotto una non troppo fastidiosa pioggerella novembrina e, come ogni giorno, sono passato dalla bastiglia. ora, per chi non fosse ancora stato a parigi, il carcere della bastiglia non esiste più da qualche secolo, e su un lato della piazza troneggia l'opéra, un edificio contemporaneo che non riscuote la mia approvazione (il comune fu costretto a scusarsi personalmente con me), mentre su un altro lato c'è un piazzale in cui fanno spesso fiere di ogni tipo. la sera di venerdì, dal piazzale saliva una densa nuvola di fumo di carne alla brace, così invitante da riportarmi per un attimo a marrakech; nello stesso momento, i tamburi brasiliani (i tamburi sì, i suonatori no) di una batukada di una ventina di persone circondate da una folla considerevole rendeva la piazza un inferno di percussioni, e da un palco poco discosto qualcuno faceva soundcheck, in previsione di un concerto prossimo.
non potevo non fermarmi, non tanto per la batukada, che a me fa venire solo mal di testa, ma per il profumo della brace. parcheggio la bici e comincio a vedere, intorno a me, uomini e donne di varia età ammantati in carte da regalo dorato-argentate. la prima cosa che mi viene in mente è: satellite. sono circondato da satelliti umani, forse è una festa organizzata con mesi di ritardo per il lancio di planck, e quella carta-regalo è un isolante termico (questo spiegherebbe perché la gente indossi quei mantelli nonostante la loro bruttezza oggettiva e conclamata). mi addentro tra la folla e vedo un camioncino tipo quelli della porchetta con la scritta 'paris solidaire'; poi ne vedo un altro, 'comunità san qualcosa', poi uno dell''armée du salut', che altro non è che la salvation army americana in salsa transalpina. sono finito in un raduno organizzato da enti umanitari religiosi. non importa, a me interessano le salsicce. arrivo alla fila di bracieri, e... tenetevi forte... è gratis!
danno panini con le salsicce gratis. addento la carne, e improvvisamente la batukada diviene dolce e struggente come un fado, ai satelliti umani spuntano le alette bianche, e nel fumo della brace mi appare aurelio de laurentiis che mi sorride bonario e mi indica un lavezzi neonato in una culla di paglia (come l'ho riconosciuto, vi chiedete? dai tatuaggi).
dopo, non ricordo più nulla. mi sono svegliato nel letto di pauline, doveva essere un sabato, continuava a piovere, era mattina presto. ed ero contento.
il cielo coperto sopra di me, la salsiccia bruna dentro di me.

samedi 28 novembre 2009

silenzio dissenso

adolescenziale, ok. arrabbiato, d'accordo. piagnone, e anche qui ci siamo. ma si tratta della mia vita sociale che, da un paio di settimane, ripercorre le dinamiche del periodo barcellonese: inviti senza risposta, feste annullate, persone che spariscono nel nulla.
ogni settimana ricevo in media, attraverso facebook, una quindicina d'inviti a eventi a napoli e barcellona; eventi ai quali non posso evidentemente partecipare, e che nella maggior parte dei casi non fanno che evidenziare una delle funzioni più odiose della rete sociale: lo spamming. anch'io, è vero, ho approfittato di facebook per invitare gli amici alle mie mostre, ma cristo!, prima almeno mi sinceravo di escludere dagli invitati coloro che non abitavano nella città o nello stato in cui si teneva l'evento. evidentemente, è un accorgimento non troppo comune. tutta questa profusione d'inviti, oltre a provocarmi un certo fastidio dovuto al fatto che i presunti amici non sanno neppure dove io sia (nonostante campeggi chiaramente nella homepage del mio profilo), è aggravata dal fatto che, invece, nella città in cui risiedo, la mia via sociale è molto ridotta. ho fatto un esperimento, e non ho mandato messaggi a nessuno per circa una settimana. conclusione: non ne ho ricevuti. cambia poco, a dire il vero, quando gli inviti sono io a farli: pochissimi rispondono.
ora, normalmente non avrei scritto un post per comunicare la mia frustrazione, ma si dà il caso che oggi sia stato il classico giorno da goccia che fa traboccare il vaso. ero stato invitato, sempre via facebook, al compleanno di una tipa conosciuta qualche mese fa, alla quale avevo, tra l'altro, offerto di fermarsi a dormire da me (visto che veniva da milano): offerta che aveva accettato.
verso le sei mi chiama un'amica, invitandomi a un concerto gratis, dal momento che una sua amica le ha tirato un bidone. le dico che mi dispiace molto ma non posso, perché attendo notizie dalla tipa della festa, e non posso muovermi di casa perché potrebbe avvertirmi da un momento all'altro che sta per arrivare. la mia amica, coerentemente, chiama un'altra persona. alle otto, sempre a mezzo facebook, mi arriva una mail che dice: evento annullato, la festa non si fa più. ora, pensate che la festeggiata mi abbia mandato un sms, un messaggio privato su facebook, una mail, per dirmi non tanto che la festa fosse annullata, ma che non veniva più a dormire da me? niente affatto. semplicemente, non ha dato sue notizie. è sparita.
conclusione: ho perso il concerto, la festa, e soprattutto ha ricominciato a battermi la palpebra sinistra per il nervoso dovuto al fatto che la disponibilità che mostro all'interazione con la società si scontri inevitabilmente, soprattutto nel caso della società femminile, con una strafottenza da guinness dei primati.
dove diavolo è scritto che per declinare un invito basta non rispondere? avvisate il mondo che non funziona così, e che educazione vorrebbe che si facesse capire di aver almeno tenuto in considerazione la proposta, ma che si ha altro da fare, o che si vuole fare altro. eccheccazzo!

jeudi 26 novembre 2009

riflessione sul fallimento volontario

fallire con coscienza, partendo da una situazione ottimale, non è nella pratica qualcosa che tutti siano capaci di fare: ci vuole un'ottima dose di buona volontà, spirito di sacrificio, e noncuranza verso il giudizio degli altri.
qualità utili, certo, ma non sufficienti: purtroppo, infatti, è la logica stessa a mettersi contro chi coscientemente decide di fallire.
pensiamoci un attimo: se decido di voler fallire, posso riuscirci o meno. si verifica quindi, necessariamente, uno dei seguenti casi:

a) se non ci riesco, quindi se fallisco nell’impresa, alla fine sarò rimasto nella situazione di partenza, e non sarò fallito;

b) se, al contrario, ci riesco, ho avuto successo nell’impresa di fallire e, avendo avuto successo in qualcosa, di nuovo non posso dirmi fallito.

questo crea un circolo vizioso, da cui non ho ancora capito come uscire.

mercredi 18 novembre 2009

se ti piace la frutta: la chirimoya

dal momento che vivo a belleville, e che è pieno di fruttivendoli di mezzo mondo, ho deciso che è arrivato il momento di sperimentare i prodotti di Altrove. già qualche mese fa, passato davanti a una frutteria cinese, ero stato tentato di comprare un durian, o dei mangostani, qualche kumquat o, perché no, una chirimoya. poi ci avevo ripensato, e mi ero buttato su delle comuni pesche paraguayos, quelle schiacciate.
ma quando si dice il caso... quella frutteria è ora a due passi da casa mia, e una fermata era d'obbligo. così, mentre dalla strada arrivano suoni di clacson e trombette da stadio, poiché l'algeria si è appena qualificata ai mondiali e la gente festeggia (non a caso, algeria è l'anagramma di alegria), io inauguro una nuova rubrica, che ho intitolato con uno slogan che ricorderete di sicuro. il primo o la prima che indovina da quale pubblicità è preso il nome della rubrica, vince un alchechengio.
inauguro una rubrica e divoro, per l'appunto, una chirimoya, che in italiano si chiama annona, almeno in teoria, perché io, in italia, 'sto frutto non l'ho mai visto né sentito, e l'unica parola che associo ad 'annona' è 'prefetto'.
eppure, pare che la chirimoya sia coltivata anche in italia, in provincia di reggio calabria. qualcuno l'ha avvistata?
è fatta così.

(ph: www.flikcr.com/photos/jorgebarajona)

la consistenza è quella di una pera dura, il sapore tra un mango e una pera, ma la caratteristica più evidente, buccia verde squamata - ma non squamosa - a parte, è l'enorme numero di semi neri grandi come chicchi di mais: ne ho raccolti una trentina in un frutto grande quanto una mela. li userò per il giardino zen, o per le maracas. quando avrò l'uno o le altre. per sbucciare una chirimoya ci vuole un coltello, molta pazienza e un'apposita laurea. mangiarla con la buccia è un'alternativa.
un'alternativa stupida. la buccia è amarissima. il torsolo, praticamente, non esiste o, se esiste, devo averlo mangiato inavvertitamente.
vista la quantità di semi, comprando una chirimoya si può dare inizio, clima permettendo, a una piantagione. con i semi di una decina di chirimoye si mette su un business.
voto: 7

(ph: www.flickr.com/photos/nadiapeek)

mardi 17 novembre 2009

con altri occhi (alla memoria di sergio de benedittis)

sergio mi chiamava 'il radicale', benché non abbia mai avuto simpatia per pannella e soci. sergio affibbiava a tutti dei nomignoli. ne ricordo due, quelli dei suoi più fedeli collaboratori al tempo in cui lo conobbi: 'mancino' e 'mitillocco'. ancora adesso non ricordo come si chiamino in realtà.
sergio aveva avuto un tumore, anni fa: al cervello. lo aveva chiamato lucio. era stato operato, e il tumore gliel'avevano asportato, ma qualcosa non ha funzionato come avrebbe dovuto, e qualche tempo dopo sergio aveva scoperto di essere leucemico. altre cure, altri ospedali. l'avevo sentito l'ultima volta un anno fa, a ottobre: stavo per partire per londra, e sapevo che nigmafotografi, la sua creatura, aveva una sede anche lì. gli avevo chiesto il numero di una sua ex allieva, fotografa, che aveva fondato la sezione londinese. come stai, gli avevo chiesto. male, mi aveva risposto, in un tono che non lasciava trapelare nemmeno un'ombra di autocommiserazione.
ricordo benissimo le lezioni in camera oscura, l'odore acre degli acidi, l'emozione di aprire un rullino al buio completo, il primo sviluppo: rivelatore arresto fissaggio, poi il secondo, rivelatore arresto fissaggio. ricordo la prima fotografia che ho sviluppato: quartieri spagnoli, un ragazzino con le mani sul grasso ventre scoperto, steso su un motorino; alle spalle, un vecchio alza l'enorme mano in segno di saluto. bianco e nero, ilford delta 400. ho ancora l'astuccio di quel rullino nella mia bacheca dei ricordi, sommerso per metà dalla sabbia del sahara.
ricordo la sua stupenda ironia, le domeniche in giro a fare foto a cuma, all'anfiteatro flavio, alla solfatara, con il caldo della primavera inoltrata. il suo studio era una soffitta piena di oggetti assurdi: non che fosse fisicamente una soffitta, ma ne aveva lo stesso senso di magico e d'immaginifico.
non sono diventato un fotografo: è vero, ho esposto qualche volta, ma più per vanità che per altro. però, per quanto sia scontato dirlo, dopo quei pochi mesi con sergio ho cominciato a osservare ciò che mi circondava in modo differente dal passato; ho cercato, per quanto mi è stato possibile, di narrare storie attraverso l'obiettivo, come lui mi aveva insegnato. quasi mai ci sono riuscito, credo, ma non ho smesso mai di provarci.
sergio se n'è andato oggi, e io sono altrove, e non potrò salutarlo. lascia, sparso per l'europa, un manipolo di fotografi e fotografe che lui ha formato, e io non posso che ringraziarlo di cuore per avermi dato nuovi occhi.

dimanche 15 novembre 2009

accasa


intendiamoci subito: so bene che assolutizzare mentalmente il temporaneo è uno dei più grossi errori che si possano commettere, e che quindi, magari domani o tra un mese, situazioni analoghe a quelle che sto per descrivere genereranno in me sentimenti del tutto opposti. ma non è scritto da nessuna parte - tranne nelle opere di qualche stoico - che, nella coscienza della fuggevolezza del momento, non si possa gioire del presente.
sarà perché oggi ho messo per la prima volta piede in una casa di cui ho un contratto a mio nome; sarà perché è a belleville, uno dei miei quartieri-feticcio, covo di bobo e di migranti, nonché scenario di gran parte dei romanzi di quel pennac che una mia ex cercò invano di farmi piacere. sarà perché non trovando un supermercato aperto oggi, mi sono addentrato in un paio di minimarket orientali e mi sono sentito come un ragazzino al parco giochi, e ne sono uscito con una serie di articoli che, uscito di casa, non avevo la minima idea che avrei comprato (tipo caramelle allo zenzero, tè alla banana verde, spighette in umido...). sarà che ho conosciuto le due ragazze che abitano negli studio le cui porte sono a circa trenta centimetri e un metro rispettivamente dalla mia, e ne ho avuto un'ottima impressione; sarà che da domani finalmente potrò dedicare tutto il mio tempo allo studio, salvo uscite serali; sarà che la maggior parte dei miei amici abitano più o meno in zona, e non dovrò fare salti mortali o un'ora in bici per vederli; sarà che l'università in cui dottoravo a barcellona mi ha fatto arrivare un complemento di borsa che mi doveva dal marzo dell'anno scorso, e che con quei soldi potrò vivere circa cinque mesi qui (io mi aspettavo molto molto meno). sarà che c'è una donna, una ragazza, che mi dedica attezioni che da tempo non avevo, e stranamente non è un'isterica o, se lo è, lo nasconde bene. sarà che nella mia stanza c'è luce ovunque, ed è tutto talmente bianco che mi sembra di essere in 'Brazil'. saranno i rossi accesi e i gialli e i verdi delle piante autunnali nelle piazzette nascoste della città; sarà che ho a due passi place sainte marthe, candidata al titolo di piazza notturna preferita, come lo era plaça sant pere a barcellona.
sarà forse la somma di tutto ciò che ho appena scritto, ma una volta tanto non ho nulla di cui lamentarmi.