Monday, 6 July 2009

commemorazione

come l'anno scorso, approfitto delle foto di repubblica per ricordare che sono trascorsi due anni da quando ho partecipato alla festa di san fermín a pamplona, e anche quest'anno non sono là. e non avete idea di quanto sia contento.

se volete sapere perché, potete leggere il mio blog vecchio, precisamente il post del 9 luglio. altrimenti, anche no.

Saturday, 4 July 2009

en explorant le 20ème (ovvero: se un mattino d'estate un ciclista)

oggi, nel mio programma di esplorazione di parigi, toccava al ventesimo arrondissement, le xxème (la mia tastiera non scrive le x maiuscole, vai tu a sapere perché). ma, su consiglio di un'amica, volevo prima passare dal decimo. "dimmi un posto di parigi che non sia turistico e che ami", le avevo chiesto. "place sainte marthe, senz'altro", mi aveva risposto Giulia. così ci sono andato, poco lontano da belleville, o forse proprio a belleville - i quartieri non coincidono con gli arrondissements, e l'identificazione è ardua: io userò entrambi i termini indistintamente -, e ci ho trovato una piazzetta immersa nel torpore del sonno del tardo mattino d'estate: una coppia di uomini morbidamente intenti a sfiorarsi, un africano elegantemente vestito e apparentemente sfiancato dal caldo, seduto su una panchina e con la testa piegata in avanti; un gradevole dehors silenzioso con diverse avventrici, e alcuni sacchi dell'immondizia verdi accatastati a fianco a un palo. forse avrà un altro aspetto, più interessante, di sera. ma rispetto alle 'mie' piazze barcellonesi, un po' pochino.

parcheggiare la bici a place colonel fabien per avviarsi a piedi verso il ventesimo può sembrare un'idea innocua, anche carina, se vogliamo. si percorre un allegro e movimentato viale alberato, si attraversa un bel mercato all'aperto, si compra l'ennesimo cappello, simbolo manifesto dei miei complessi alopecici, e si giunge in rue de belleville, che s'inerpica verso l'alto gradatamente: ad ogni modo, se si può evitare di farla in bici, meglio, e io evito. ad appena poche centinaia di metri dall'inizio, svolto in rue dénoyez, e vengo colpito da una scarica di colori e da un piacevole odore tossico di spray: dei giovani dipingono i muri della strada. ma non solo: dipingono anche i paletti ai lati dei marciapiedi. così.


a dirla tutta, non è che l'abbia visto benissimo, il ventesimo, perché a metà strada, dopo aver ammirato il mediocre panorama parigino dalla sommità del bel parco di belleville, aver omaggiato yann tiersen attraversando la rue des cascades, ed essere arrivato in una delle strade più verdi della zona, la villa de l'ermitage, mi sono imbattuto in un gruppo di milanesi in giro per una caccia al tesoro. già: per ogni arrondissement (henceforth, art.), il municipio ha organizzato ufficialmente delle cacce al tesoro; il che, come ho sperimentato personalmente a montpellier, è un modo efficacissimo d'imparare a conoscere il quartiere il cui si vive.

vi risparmio lo svolgimento del gioco: dico solo che, terminato il tempo utile e non avendo raggiunto la meta, si finisce tutti seduti a un tavolino di un bar a bere. e così scopro di avere a fianco a me un comasco dalle gaie movenze e dal bell'aspetto, che fa un dottorato in filosofia estetica tra palermo e digione, e un milanese che lavora a uno sportello-immigrati, che mi narra l'arrivo allo sportello del nuovo responsabile provinciale leghista. lascio a voi immaginare l'evento.
ovviamente, il secondo è il compagno dell'unica ragazza apparentemente interessante e sicuramente carina delle cinque che sono lì con noi. poi, còlto da un attimo di lucidità, ricordo che avrei un concorso da preparare per settembre e che, se continuo con la vie parisienne, è meglio che non compri neppure il biglietto per recarmici.
prendo la grande strada rettilinea che porta da ménilmontant, dov'eravamo finiti, fino a colonel fabien.

è soltanto quando arrivo a vedere la piazza che capisco che c'è qualcosa di strano, qualcosa che non dovrebbe esserci. tutta quella gente proprio in mezzo alla piazza, ad esempio, e quel rumore che rimbomba, rimbomba. è il carnevale di parigi. "sì, ogni primo sabato di luglio qui a parigi c'è il carnevale", mi dice una signora. perché lo festeggino a luglio, mah. comunque, sta di fatto che, pensa che ti ripensa, sono finito nel mezzo di una batucada. la fila di tutte le associazioni carnascialesche si estende per tutto il lunghissimo boulevard, e di tornare a casa in bici, almeno per la strada abituale, nemmeno a parlarne.

ma tornare a casa ora sarebbe una stupidaggine: mi perderei, per essere coerente con me stesso, un evento che capita una volta all'anno e in cui mi sono ritrovato per caso, come mi successe con l'ombralonga a treviso. lo studio passa in secondo piano, tiro fuori la fotocamera, indosso gli abiti da fotoreporter di feste popolari e comincio a correre avanti e indietro, a inginocchiarmi, a stendermi a terra, a salire sui muretti della metro, a mettere a fuoco e a scattare (i risultati potete vederli qui).
soltanto un uomo che si è ritrovato temporaneamente impotente nel bel mezzo dell'atto sessuale può capire la mia frustrazione, quando il led della batteria ha lampeggiato per un istante e si è spento, e con lui tutta la fotocamera.

riposta l'arma scarica sono stato costretto alla ritirata, e lì è entrato in gioco l'altro aspetto del carnevale, quello bastardo, chiamato mobilità stradale. sì, perché la polizia, per permettere lo svolgimento di 'sta cazzo di manifestazione fuori tempo massimo, ha bloccato l'arteria stradale principale di due interi quartieri. partito da colonel fabien, mi sono perciò ritrovato, tra sensi vietati e strade senz'accesso, ad aubervilliers, invece che a casa.
il boulevard périphérique, per il neofita parigino, è un po' come le colonne d'ercole: quando lo si oltrepassa, si è semplicemente altrove, nella non-parigi, cioè nel nulla, si è colti da improvvisa tachicardia e si va in iperventilazione.
in un modo o nell'altro, chiedendo informazioni in giro, ho riattraversato il périphérique e (bestemmiando caraibici e brasiliani) la lunga colonna di persone in attesa del passaggio del carnevale, le bancarelle, i chioschi improvvisati e gli occupanti delle piste ciclabili, e, stremato, ho riguadagnato casa.

Thursday, 2 July 2009

la pioggia che non c'è

dalla finestra mi arriva un guazzabuglio di voci umane e suoni di varia natura: una tromba con sordina, risate di turiste adolescenti, un lontano rombo di moto, il fragore di tuoni vicini, il picchiettio della pioggia sui tetti. il profumo di terreno bagnato entra nella mia stanza, eppure... eppure non piove. focalizzo lo sguardo sull'ardesia dei tetti e sulle mansarde dai balconi illuminati di giallo, e sono asciutte: nemmeno una goccia. e non capisco.
poi mi affaccio, guardo in basso e vedo un corso d'acqua che stamattina non c'era. appena di fianco al marciapiede, che precipita ripido dalla collina di montmartre, c'è un canale di scolo leggermente concavo, in cui scorre un copioso fiotto d'acqua che non accenna ad attenuarsi, ormai da ore. così ho l'illusione di vivere su un fiume.

l'amore dei parigini per gli africani in generale si esplicita in massima parte nelle temperature delle metropolitane e dei treni extraurbani. o forse il problema della sovrappopolazione è qui più grave di quanto pensassi, e si cerca di eliminare una fetta di popolazione attraverso l'uso coatto di treni-sauna. quando esco all'aria aperta ringrazio le estati dell'infanzia, quando tornavo dal mare all'una di pomeriggio in un'auto coi sedili bruciati dal sole (nonostante il parasole di cartone), e che mi hanno permesso di resistere ancora un giorno al viaggio in metro.


'whatever works' di woody allen. ennesima conferma del tratto magistrale di uno che ha capito tutto della società borghese americana, e non solo di quella. ci ho ritrovato elementi della mia vita: donne che, sprovviste di personalità, assumono quella dell'uomo con cui stanno, per poi lasciarlo a maturità acquisita; altre che vengono convinte di essere artiste da uomini che vogliono portarsele a letto; il fatto che nei primi passi di una carriera artistica contino i contatti piuttosto che le doti in sé...
un po' prevedibile la figura dell'ultraconservatore che si scopre gay (già visto in American Beauty), decisamente geniale la metafora con cui il protagonista, un fisico che è andato vicino al Nobel, spiega il principio d'indeterminazione di Heisenberg: "Quando siamo a letto io e te ci comportiamo in un modo; ma se un altro ci guarda, ci comportiamo diversamente".

Tuesday, 30 June 2009

con una blanche sul tavolo

con una bière blanche sul tavolo, leggo un libro che dice che i bambini di sei mesi non distinguono il francese dal russo, immerso nella luce ancora calda e polverosa delle otto di sera. sottofondo, immancabilmente manouche. la chope du château rouge è solo uno dei dieci bar che contornano le strade del diciottesimo: dall'esterno non è il più attraente, ma ha la musica migliore, per cui entro lì comunque.
la luce, una blanche, il chiacchiericcio sommesso degli avventori parigini. in momenti come questi penso che vorrei restare qui per sempre.
a volte, anche dimenticare le chiavi di casa e dover aspettare un paio d'ore la coinquilina ha i suoi pregi.

Wednesday, 17 June 2009

tempismo

I: e dimmi, quand'è stata la tua prima volta?
G: eh, sai, io manco di tempismo...
I: guarda che la domanda sul tuo peggior difetto te l'ho fatta un'ora fa.

Monday, 15 June 2009

quel bacio a porte maillot

lo ricordo come fosse ieri, quel bacio a porte maillot. ero arrivato da edimburgo, con l'autobus da beauvais, un'ora e mezza di rimorsi. era già il tempo in cui dovevo farmi perdonare. quel tempo non sarebbe finito mai.
arrivai alla stazione, sotto la pioggia e con lo spettro nero del grattacielo lafayette davanti a me. e tu non c'eri. era novembre e tu già non c'eri.
o invece c'eri, ma chissà dov'eri.
entrai in una cabina del telefono per ripararmi, e mi trovasti lì, bagnato fradicio.
fu allora che mi baciasti. fu allora che ti baciai.
restammo così, uniti, per chissà quanto tempo. io, nell'inutile speranza di ammazzare con quel bacio i miei rimorsi; tu, perché sapevi già che non ce ne sarebbero stati altri. le gocce ci scendevano dai capelli, ci stringevamo forte sotto l'ombrello. a porte maillot non so quanto tempo restammo abbracciati, le mie labbra contro le tue. la pioggia non mi è mai sembrata così bella.
e sì che di piogge ne ho viste.
nessun'altra mi ha mai baciato così. nessun'altra ho mai baciato così.
certo che, con tutti i posti romantici di parigi, uno un po' meno di merda potevamo scegliercelo.

(foto: http://www.flickr.com/photos/numan)

Sunday, 14 June 2009

en explorant le 18ème

una missione: esplorare i venti arrondissements di parigi.
una corsa contro il tempo: venti quartieri, dodici settimane.
una strategia che potrebbe essere migliorata: ogni fine-settimana, un quartiere diverso.
un progetto da portare a termine: allestire un laboratorio per un festival della scienza.

primo weekend: il diciottesimo arrondissement (aka: le 18ème)
il nome vi dice niente? possibile. per chi non conosce parigi, dire 'diciottesimo' non significa molto. ma non appena l'anonimo ordinale assume un'altra denominazione, quella di montmartre, ecco apparire improvvisamente la basilica del sacré coeur, il moulin rouge, amélie poulain e, per tutti gli erasmus fan dell'auberge espagnol, anche la meno celebre rue d'orchampt, citata dal protagonista del film, xavier ("di tutte le strade di parigi, avevamo scelto la più stretta per il nostro primo bacio"), e luogo di residenza della fu-cantante dalida.

dal momento che è il quartiere in cui mi sono stabilito, mi è sembrato opportuno cominciare l'esplorazione da qui.
cos'è montmartre? be', dipende da dove cominciate la vostra visita.
per esempio, se decidere di partire dalla stazione della metro di anvers, è tutto un flusso di turisti eurasiatici, un interminabile viavai di gente che dalla piazza prendono la pendente rue steinquerke, che porta direttamente ai piedi della collina del sacré coeur. inutile dire che anche la stessa collina è sovrappopolata di turisti, fino alla place du tertre, la celebre piazza sede perpetua di ritrattisti che confezionano sul momento dipinti di ogni fattura.

a dirla tutta, anche venendo dalla zona di pigalle, nota per i suoi locali di peep show, o dal moulin rouge (fermata della metro: blanche), la presenza turistica è notevole, ma comunque non raggiunge i livelli di anvers: la passeggiata è più gradevole, e anche la vista. si sale per rue lepic, costellata di baretti, frutterie e panifici, e si finisce in rue des abbesses, dove alle frutterie si sostituiscono i ristoranti. in place des abbesses, oggi, tra bambini che giocavano saltando su resti elastiche e gruppi jazz (segnalo uno strumento con le funzioni di un contrabbasso, fatto con una mazza di scopa, una corda da stenditoio e un bidone, e che ho battezzato contrabbidone), ho incontrato per caso, davanti a una bizzarra ma per nulla disprezzabile chiesa primo novecento, in mattoni rossi e decorazioni a cabochon, una mia conoscente napoletana, che sapevo essere in stage a parigi, ma di cui avevo perso i contatti. parigi come il vomero, insomma.

a ovest del sacré coeur guardando la basilica, si possono trovare diversi luoghi d'interesse: l'ultimo vigneto di montmartre è uno di questi, oltre al cimitero dove sono sepolti susan valadon e il figlio, maurice utrillo. se non trovate l'entrata del cimitero, non preoccupatevi: fidatevi che lì ci sono entrambi i personaggi. io sono stato un po' di tempo a cercare l'ingresso, e poi ci ho rinunciato, considerando anche il fatto che avevo trascorso la mattinata all'altro cimitero del quartiere, quello di montmartre - mentre quello di utrillo si chiama cimitero di saint-vincent -, un luogo ben strano, ombreggiato perennemente in una sua parte da una sopraelevata in ferro dipinto d'azzurro (la rue de caulaincourt) costruita senza tener conto di cosa ci fosse sotto. diciamolo pure: costruita alla cazzo.

nel cimitero di montmartre ho cercato, senza trovarle, le tombe di berlioz, ampère e stendhal e, trovandole, quelle di truffaut e di dalida. ora, devo confessare che non ricordo esattamente che ruolo abbia avuto dalida nella storia della canzone francese, ma mi sembra che avesse origini italiane. comunque, la sua tomba è piuttosto pesante a vedersi, soprattutto coi trenta gradi delle due di pomeriggio.

tornando alla collina di montmartre, superando sulla sinistra la locanda del lapin agile (il coniglio agile), nota per il pubblico di avventori-artisti, su rue saint-vincent una piccola porta conduce a un tranquillo orto botanico in pendio, in cui dare refrigerio ai propri piedi - perché si avverte il gentile pubblico che montmartre, in quanto mont, è un continuo saliscendi.
poi, a un certo punto, sulla rue lepic, compare un mulino a vento. è il moulin de la galette, che pare sia celebre in francia per aver dato nome a un ballo. di più non so.
non stona con l'ambiente: anzi, dà un tocco di eleganza in più.

oltre al lapin agile, ci sono almeno un altro paio di posti che sembrano dovere la loro fama al fatto di essere stati frequentati da artisti importanti. di questi luoghi non dirò nulla: innanzitutto, perché non brillano certo per bellezza; poi, perché sono stanco del fatto che si dia così tanta importanza alla categoria di artista; infine, perché sono troppi, sia i luoghi che gli artisti che li frequentavano.

passando al lato est della collina, lo scenario cambia completamente, ad esclusione di qualche colorato locale proprio alle pendici del sacré coeur. la zona est, fino e oltre château rouge, è popolata da un mix di etnie difficile da trovare altrove. giovani parigini, studenti europei, africani di ogni provenienza e arabi in misura minore, incrociano le loro esistenze nei bar e ristoranti etnici della rue ramey e della rue de clignancourt.

poi ci sono le strade a tema: a rue poulet (via pollo) proliferano i parrucchieri afro, pronti a fare treccine e altre acconciature a ogni ora del giorno e della notte - di sera, col buio, può capitare di restare impigliati in ciuffi di capelli lasciati in strada. sul boulevard de barbès, invece, abbondano i negozi di telefonia portatile, gestiti da quelli che a me sembrano pachistani, e da africani. cinesi, da queste parti, pochi (sono tutti a belleville). poco dietro la fermata di château rouge, si entra a dakar. o ad accra, o a bamako: insomma, in un posto dove non c'è un bianco nemmeno a pagarlo. nella ressa del mercato all'aperto, indiani e arabi cercano di smerciare orologi e occhiali, e mastodontiche matrone nere in abiti tradizionali si approvvigionano da mercanti possibilimente loro connazionali. poi ci sono le giovani donne africane, ma di loro non parlerò, perché rischierei la chiusura del blog per istigazione alla violenza sessuale.

più ci penso, più mi convinco della fortuna di aver trovato casa qui. undici di sera di domenica, le voci del gruppetto di arabi e africani che stazionano fissi sotto casa mia fanno da sottofondo al rombo delle poche auto che passano veloci, e a un'appena percettibile musica lontana. lontana per fortuna, perché mi gioco quello che volete che è del pessimo hip hop.

(foto: http://www.flickr.com/photos/abbyladybug)